In questi giorni, davanti ai nostri teleschermi scorrono le immagini terribili dell’immane disastro che ha colpito ancora una volta la città di Genova. Immagini ricorrenti di cui oramai gli schermi televisivi sono pieni ogni qualvolta le precipitazioni piovose sono più intense del normale. Fatalità, cambiamenti climatici, anche ma non solo. Soprattutto la responsabilità è da ricondurre alla cattiva, anzi assente gestione del suolo e del soprassuolo che ha contraddistinto gli ultimi quaranta anni di vita di questo Paese. L’abbandono delle campagne a favore delle città è delle industrie, la scellerata politica urbanistica e di gestione dei suolo che ha trasformato zone coltivate in siti abitati oppure in territori completamente abbandonati al degrado della bosco e dei rovi, centenarie sistemazioni di terreni realizzate con la fatica degli agricoltori trasformate in zone incolte ed impervie. Risultato: miliardi di euro di danni ad ogni eventi piovoso straordinario e vittime innocenti. Anche il nostro territorio provinciale vive queste situazioni, non certamente per ora in queste forme, ma il prezzo lo abbiamo pagato e lo stiamo pagando. Voglio ricordare le alluvioni del Versa e del Torre di qualche anno fa, e la situazione che, con le intense piogge quasi annualmente, tiene con il fiato sospeso le comunità che vivono lungo il corso del fiume Isonzo, a cui vanno aggiunte le diverse frane che interessano qua e la il nostro territorio collinare. A questo aggiungiamo l’emergenza provocate in questi anni, in modo sempre più pesante, dalle popolazioni fuori controllo degli animali selvatici, cinghiali in testa. La realizzazione di viabilità ed infrastrutture e centri commerciali hanno ridotto drasticamente la nostra provincia di terreni utilizzati dall’agricoltura, rendendo sempre più fragile il territorio.
A questo poi ci possiamo mettere vicino una miope politica ambientalista che ritiene che la natura possa “governarsi da sola”, oppure il fatto che per semplici opere di sghiaiamento del fiume Isonzo, sia necessaria la costituzione di commissioni di studio che non decidono mai. Una fotografia impietosa del nostro paese. Ma c’è speranza di miglioramento? Si, nonostante tutto sì. A ricordarcelo è proprio l’ultimo messaggio per la 9^ custodia del Creato: “Educare alla custodia del creato per la salute dei nostri paesi e delle nostre città”. Messaggio nel quale viene ribadito la gestione del territorio come dovere di tutti, di ognuno di noi nella quotidianità, ma anche della politica che deve individuare regole chiare ed applicabili.
Una politica, che a tutti i livelli, anche comunale ponga il territorio, e quindi l’agricoltura, al centro della propria azione. Siamo noi, agricoltori, i principali referenti della gestione del suolo, noi i nostri terreni non li abbandoniamo, come molti industriali hanno fatto in questi anni con i loro capannoni, ma li valorizziamo e li curiamo; noi non delocalizziamo, ma siamo coloro che testimoniano l’amore per questo Paese, che molti invece proclamano a parole, ma che non declinano nei fatti.
L’indagine nazionale commissionata da Coldiretti qualche settimana fa, è chiara: davanti ad un declino delle attività industriali che delocalizzano all’estero e che di italiano mantengono solo il marchio, con le attività agricole, invece, si aprono opportunità per oltre centomila posti di lavoro. «Venute meno le garanzie del posto fisso che caratterizzavano le occupazioni tradizionali sono emerse tutte le criticità di lavori che molti considerano ripetitivi e poco gratificanti rispetto al lavoro in campagna». Si torna alla terra: «Quasi un’impresa agricola italiana su tre è nata negli ultimi dieci anni, il 6,9% dei titolari di impresa, a livello nazionale, ha meno di 35 anni ed è alla guida di 54.480 aziende. I giovani puntano su un servizio più ampio: agriturismi, fattorie didattiche, vendita diretta, produzione di cosmetici naturali e prodotti conservati, dall’agri-gelateria al wedding planner eco-compatibile, fino ai bio-ingegneri che combattono il dissesto idrogeologico utilizzando le piante.
«L’agricoltura ha bisogno di coraggio – ha detto Roberto Moncalvo, presidente nazionale di Coldiretti - e quindi Coldiretti chiede al Governo coraggio nel prendere decisioni importanti. Oggi nelle campagne il lavoro c’è, sia per chi vuole intraprendere con idee innovative sia per chi vuole trovare un’occupazione anche temporanea e l’esperienza dimostra che molti giovani hanno saputo riconoscere ed incarnare le potenzialità del territorio trovando opportunità occupazionali ma anche una migliore qualità della vita».
Solo così potremmo pensare di trovare delle soluzioni concrete e definitive al dissesto idrogeologico, solo riscoprendo le nostre radici rurali potremmo salvare questo Paese da un inarrestabile declino economico ed ambientale ancorato a modelli che oramai non sono più competitivi e strategici per l’Italia.
22 Ottobre 2014
AMBIENTE ED AGRICOLTURA BINOMIO MPRESCENDIBILE